VERIFICA FISCALE SU SOCIETA’ DI CAPITALI: IL SOCIO PUO’ STARE TRANQUILLO?


Buongiorno, sto subendo una verifica fiscale sulla mia società. Si tratta di una s.r.l.. Posso stare quantomeno tranquillo che non risponderò con i miei beni personali? Mario

Quella che ci espone Mario, secondo cui una società di capitali  assicurerebbe l’intoccabilità del patrimonio personale, è una convinzione generalizzata.

Essa deriva infatti dal principio di autonomia patrimoniale, per il quale le persone giuridiche devono rispondere esclusivamente nei limiti del proprio patrimonio con la conseguenza che, una volta esaurito, il creditore non potrà soddisfarsi sui beni personali dei soci.

In questo quadro si innesta però, ormai da anni, un’invenzione giurisprudenziale per la quale eventuali redditi non dichiarati da una società si presumerebbero percepiti dai soci.

Si tratta di quello che in gergo viene definito “meccanismo di imputazione del reddito per ristretta base sociale”.

In concreto,  l’Agenzia delle Entrate che contesti ad una società di capitali formata da un ristretto numero di soci di non aver dichiarato parte dei redditi, oggi non si limita ad emettere un avviso nei confronti della società, bensì ne emette uno anche nei confronti di ciascun socio.

Applicando la “ristretta base”, infatti, si presume che ognuno dei pochi soci della verificata (di regola 2/3) si sia intascato una parte di quel reddito che i verificatori calcolano (ancora un volta su base presuntiva) la società abbia maturato e non dichiarato.

Ciò comporta che mentre per l’avviso di accertamento emesso nei confronti della società risponderà solo questa, nei limiti del suo patrimonio, per quelli ai soci risponderanno loro con tutti i loro beni.

Dunque il socio si troverà a dover rispondere personalmente di una contestazione formata:

  • dopo che l’Agenzia delle Entrate ha presunto, da parte della Società, un’evasione (presumo tu abbia evaso);
  • dopo che l’Agenzia delle Entrate ha presunto l’entità di tale evasione (presumo tu abbia evaso 100);
  • dopo che l’Agenzia delle Entrate ha presunto che il reddito maturato e non dichiarato dalla Società sia finito nelle tasche del socio;
  • prima che un giudice valuti se effettivamente un’evasione, da parte della società, ci sia stata.

Questo con la conseguenza che il socio, per evitare di rispondere personalmente per un maggior reddito mai percepito, si troverà a dover dare una prova contraria difficilissima se non impossibile.

Come potrà infatti dimostrare di non aver percepito importi che, concretamente, non v’è nemmeno certezza esistano? Come potrà dare prova che tali redditi siano stati destinati ad altro rispetto che alle sue tasche?

E’ facile allora comprendere la disparità insita in un meccanismo che da un lato consente alla PA (soggetto forte) di elevare al contribuente contestazioni sulla base di presunzioni, e che dall’altro grava il privato (soggetto debole) di fornire una diabolica prova contraria a tutta questa serie di concatenate presunzioni.

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